🩸 “Colui-che-non-deve-essere-nominato”

Parliamoci chiaro: 1,9 miliardi di persone hanno il ciclo ogni mese, eppure ancora oggi è trattato come un segreto da tenere nascosto. Non sorprende che negli anni siano nati centinaia di modi alternativi per nominarlo, quasi fosse davvero una creatura magica da non evocare mai ad alta voce.

E allora eccoci qui: non parliamo di Voldemort, ma del ciclo mestruale. 

Pronte per un viaggio tra i nomi più strani, ironici e creativi? 


I soprannomi del ciclo nel mondo

Italia

Qui da noi si sente spesso “quei giorni”, “le rosse”, “la luna”, “le cose”, o la mitica frase sussurrata tra amiche: “ce l’ho”. Insomma, un po’ vago, un po’ criptico, ma immediatamente chiaro a chi deve capire.

Stati Uniti

Gli americani amano i soprannomi fantasiosi. Alcuni classici:

  • Aunt Flo (zia Flo, la più puntuale di tutte le zie)

  • That time of the month (quel momento del mese)

  • The crimson tide (la marea cremisi, quasi poetico).

Francia

In Francia dicono “les règles” (le regole), ma tra amiche capita di sentire:

  • Les Anglais ont débarqué (gli inglesi sono sbarcati – riferimento ironico a Waterloo).

Germania

In tedesco lo chiamano “die Tage” (i giorni). Diretto, semplice, tedesco.

Spagna

Gli spagnoli lo definiscono spesso “la regla”, ma ci sono anche chicche tipo “Andrés” (diminutivo di “Andrés viene a visitare ogni mese”).

Brasile

In Brasile si usa “estar naqueles dias” (essere in quei giorni), ma anche espressioni più colorite tipo “Chico vermelho” (Chico rosso).

Giappone

In Giappone si dice “seiri” (che significa letteralmente “regolazione”), ma tra ragazze si sente anche “akachan ga kuru” (arriva il bambino – ironico, visto che in realtà è il contrario!).

Cina

In cinese è comune dire “大姨妈 dà yímā” (la zia grande), un modo affettuoso e un po’ scherzoso per nominare il ciclo.


Perché tutti questi nomi?

Forse perché per secoli il ciclo è stato considerato un tabù. Niente di cui parlare apertamente, soprattutto in pubblico. Risultato? Una sfilza di soprannomi, metafore e allusioni creative.

Il lato positivo è che, almeno, la fantasia non manca. Il lato negativo è che ancora oggi molti evitano di dire la parola “mestruazioni” come se fosse proibita.


Perché invece dovremmo chiamarlo col suo nome

Normalizzare significa anche questo: dire “ho il ciclo” senza abbassare la voce. Perché non c’è nulla di sporco, strano o vergognoso. È semplicemente una parte della vita, naturale come respirare o mangiare cioccolato quando ne hai bisogno (anzi, soprattutto quello 🍫).

E se ci pensi, è anche un atto di libertà: meno tabù → più consapevolezza → più possibilità di scegliere soluzioni innovative, come i costumi mestruali.


In conclusione

Il ciclo è stato soprannominato in mille modi diversi, dal buffo al poetico, dal criptico al tragicomico. Ma la verità è che non è un messaggio in codice: è una parte di noi, e parlarne apertamente è il primo passo per liberarci dai tabù.

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